Stil life

di Andrea Rosset

e Marina Fornasier

 

view images

Elisa, detta Isetta, è nata nel 1902. Marina, sua nipote, nel 1981.
Questo lavoro è cominciato con una decina di semplici ritratti scattati ad Elisa nel luglio 2009. Nei mesi successivi, riconoscendo la loro forza ma anche immaginando di trovare un appoggio ad un corpo così forte ma flebile, bisognoso di amplificazione, abbiamo voluto affiancare Marina ad Elisa.
Still Life è nato in 45 minuti, in silenzio, nel salotto fuori moda di una casa nella campagna veneta. Con il corpo presente-assente della nonna Elisa, e il corpo-agente di sua nipote Marina, che in una sorta di improvvisazione performativa ne duplicava, e amplificava, le posture, i gesti, i lievi movimenti; oppure se ne differenziava per contrasto. L’immagine delle due donne era potente e definita, l’una nella sua maturità acerba, l’altra in una vecchiezza estenuata; eppure si verificava una specie di slittamento continuo della presenza di Marina nell’esserci della nonna (del suo esserci qui e ora, e del suo essere stata, una volta una giovane ragazza): Marina è (anche) l’Elisa che è stata, ed Elisa è (anche) la Marina che sarà. Il lavoro si è allora strutturato, semplicemente, quasi necessariamente, su una costruzione antinomica: la pelle diafana di Marina e quella segnata di sua nonna, il nero di Elisa e il bianco della nipote, gli abiti pesanti della persona anziana e i vestiti leggeri della ragazza, e ancora, inevitabilmente, vita e morte, vecchiaia e giovinezza, moderno e antico… La contraddizione interna alle immagini deriva anche dalla compresenza di fotografia documentaria e staged photography; Still Life è contemporaneamente una sessione di ritratto in posa, un reportage di ritratto e la documentazione di una performance. Anche le poche scelte stilistiche sul corpo di Marina – il rossetto, i capelli raccolti, una camicia bianca, gli orecchini rossi – si muovono sul filo ambiguo della coppia identificazione-differenziazione: presente? passato? vicinanza? lontananza? L’unità di tempo e di luogo del set fotografico, e l’unità cromatica, isolano e amplificano l’esserci di queste due persone, il loro rapporto biologico, gli anni di vita condivisi, quelli proiettati all’indietro di Elisa, e quelli lanciati in avanti di Marina.Dopo la sessione di ripresa abbiamo deciso di lavorare su un’installazione fotografica a completa disposizione di chi guarda e, quindi, nostra; liberi di scegliere i percorsi possibili dentro alle immagini: riconoscere il proprio vissuto, vedere la propria madre, nonna, vita, morte, identificarsi; focalizzare un elemento, la pelle, gli occhi, i piedi; o ancora, intravedere linee estetiche e compositive, le mani seguite dalle gambe, gli sguardi seguiti dai gesti, le figure intere, i primi piani, i dettagli, l’unità cromatica; sentire la contrapposizione tra dolcezza e violenza, tra virgineo e corrotto, tra sensualità e consunzione.
Ogni percorso è possibile e libero, ma contraddittorio: siamo allora continuamente frustrati nel tentativo rassicurante di tradurre il lavoro in modo univoco ed esaustivo, con un’unica chiave di lettura, contraddetta sempre dalle interpretazioni diverse che tagliano la strada allo sguardo.
L’installazione ci mette in crisi: l’aspetto elegante, composto e quasi ripetitivo delle fotografie, nude e intimamente allacciate sulla parete, porta l’osservatore discosto, e noi, a sottovalutarne la potenza. Accade invece che, indifferenti, debordino al nostro avvicinarsi. Il soggetto ci appartiene, ma si mostra freddo e senza pietà, come oggetto. E, diventato oggetto, ti guarda, con sguardo dritto. Allora ci arrendiamo al lavoro, e lo lasciamo respirare.

 

Vedi la serie completa

 

STILL LIFE (2011)
Stampa Lambda su Dibond, stampa inkjet, vari formati

WP-Backgrounds Lite by InoPlugs Web Design and Juwelier Schönmann 1010 Wien